CLICCA QUI PER INGRANDIREJiayuguan, 2 novembre
Sullo scoccare del 22.000° km, l’EurAsia Expedition 98 giunge alle porte simboliche della antica Cina.
E’ proprio qua a Jiayuguan, nella provincia del Gansu, infatti, che si trova il castelletto ospitante uno dei portali d’accesso più significativi al mitico Regno di Mezzo. In questo punto si pone simbolicamente il termine della Grande Muraglia. Da qui, i suoi resti si srotolano - ormai alla stregua di tronconi isolati - lungo tutto il settentrione del paese, costeggiando i margini meridionali del deserto del Gobi e dell’altopiano Mongolo, escludendo l’intero Ordos (la regione compresa all’interno della grande ansa del Fiume Giallo), per incontrare il mare a Shanhaiguan sulla porzione di Mar Giallo denominata Bo Hai, il Golfo del Chihli, a nord di Pechino.
Quest’opera funse per millenni da ultimo baluardo difensivo contro le invasioni delle popolazioni delle steppe provenienti soprattutto da settentrione, e Jiayuguan si trova in una posizione particolarmente privilegiata, dove l’immensa parete formata dall’altopiano Tibetano e dai monti del Qilian Shan (barriera difensiva naturale) incontra le estreme propaggini delle steppe mongole.

In realtà, poi, resti minori della Muraglia proseguono - verso occidente - fino alla zona di Dunhuang, giàCLICCA QUI PER INGRANDIRE salvaguardati dalle postazioni militari di Yumenguan, affacciata sul bacino del Lop Nur, il famoso "lago errante", e di Yangguan, in posizione dominante tra le catene dell’Altun Shan e del Qilian Shan. Proprio in quest’area, infatti, tra le estreme dune meridionali del deserto del Gobi, si nascondono le grotte di Mogao, che ospitano uno dei siti buddhisti più antichi e splendidi della Cina.
I resti presenti a Jiayuguan sono stati recentemente restaurati e trasformati a tutti gli effetti in un’attrazione turistica. Per accedere al castello si paga e così pure per fare una passeggiata in cima alle mura. I cinesi, del resto, tendono ad aprire biglietterie per ogni luogo che possa anche lontanamente sembrare di una qualche attrattiva per il turista, sia egli cinese (pochi, perlopiù provenienti dalle megalopoli costiere) o straniero.
Per l’EurAsia Expedition 98, Jiayuguan e l’inizio del cosiddetto Corridoio del Gansu (la stretta porzione di territorio fertile compreso tra le steppe della Mongolia Interna a nord e l’altopiano Tibetano a sud) segnano anche il termine definitivo dell’ambiente desertico, che ci aveva accompagnato, con qualche significativa pausa, fin dall’Iran, in luglio.

CLICCA QUI PER INGRANDIREXi’an, 16 novembre 1998
Al km 23.385 entriamo a Xi’an, punto iniziale della originaria via della Seta e termine ideale del nostro percorso. L’antica Chang’an, crogiolo di civiltà, duemila anni fa uno dei centri più potenti del mondo, ora è ridotta al rango di città di provincia, anche se capoluogo di una regione abbastanza importante.
Una trentina di chilometri prima di accedere al territorio cittadino, imbocchiamo un raccordo autostradale assolutamente conforme agli standard occidentali; la verdeggiante pianura e i filari di pioppi che si perdono nella nebbiolina d’autunno, ai lati della strada, unita al fumo delle ciminiere che cospargono gran parte del territorio circostante ci richiamano alla mente panorami assai familiari preannunciandoci che la fine della spedizione è ormai prossima. Sembra paradossale, ma per certi aspetti i due estremi del mondo si incontrano e si somigliano.
In questi ultimi giorni, tuttavia, ci siamo dedicati alla visita di tutti quei centri posti sulla direttrice della statale 312, che stiamo seguendo fin dalla nostra entrata nella provincia del Gansu: i templi e le pagode di Zhangye; il cavallo bronzeo di Wuwei; e Lanzhou, il capoluogo, città alquanto moderna e dinamica nonché primo importante centro situato sulle sponde del "dolore della Cina", il Fiume Giallo, così soprannominato a causa delle disastrose piene di cui è spesso protagonista. Proprio una di queste inondazioni, infatti, ha recentemente spazzato via una parte della principale strada di collegamento con Xi’an, costringendoci a un’ampia deviazione.
E’ stato tuttavia il monastero di Labrang quello che più ha colpito la nostra fantasia. Sito ai margini orientali del maestoso altopiano Tibetano, a quasi 3000 m di altitudine e circa 300 chilometri a sud-ovest di Lanzhou, abbiamo faticato molto per raggiungerlo, ma ne è valsa la pena. Si tratta di un ampio complesso monastico di fede buddhista lamaista, rifugio, dopo la rivoluzione, di molti dei monaci fuggiti da
Lhasa e da altri luoghi santi del vicino Tibet. Con il passare del tempo la sua importanza è aumentata in maniera inversamente proporzionale al declino imposto agli altri grandi monasteri, grazie soprattutto alla sua ubicazione, esterna rispetto alle due vessate provincie dell’altopiano: il Tibet vero e proprio e il Qinghai, ora sede di gran parte dei campi di reclusione più duri.
I suoi 1600 monaci tingono ora di arancione ogni angolo del complesso e della adiacente cittadina di Xiahe, adempiendo alle funzioni religiose e interagendo con i numerosissimi pellegrini. Questi, si dedicano soprattutto ad attività espiatorie compiendo interminabili giri in senso orario attorno agli edifici sacri e spesso letteralmente strisciando proni lungo tutto il perimetro del complesso, ove sono collocate, protette da un porticato, centinaia di manichorkor, le ruote di preghiera. Migliaia di variopinte bandiere sventolano preci nei punti più elevati, dove si perde il suono cupo e grave delle lunghe trombe.
L’accoglienza della Piaggio locale, qui a Xi’an, è stata grandiosa: striscioni, discorsi e un giro lungo tutti i luoghi-simbolo della città hanno infatti enfatizzato che ormai ci troviamo in dirittura d’arrivo. Da Xi’an in poi, ci aspettano altri centri di fondamentale importanza per la cultura e la civiltà cinese e decine di persone da conoscere, ma l’odore del deserto e della montagna, le tende nomadi e i cammelli, le strade vuote e il silenzio, tutto questo ci mancherà.

Pechino, 28 novembre 1998
E’ finita.
Gli schiamazzi e gli applausi della gente, le pressanti domande dei giornalisti e le soddisfatte parole dei rappresentanti della Piaggio Fochan, venuti apposta ad accoglierci nel freddo nord, dal profondo sud del paese, si stanno affievolendo, nelle nostre menti.
Dalla finestra dell’hotel possiamo vedere i due Ape, parcheggiati, ormai stanchi, laggiù nel cortile, con intorno il solito nugolo di gente che si china cercando di analizzare il motore o si diverte ad apporre la propria firma sulla carrozzeria.
Oggi, con il passaggio simbolico davanti all’effigie di Mao, nella famigerata piazza Tiananmen, e l’arrivo nel parco
del Tian Tan (il Tempio del Cielo), al cospetto di una folla di persone che ci attendeva, alle ore 16:31 si è conclusa ufficialmente l’EurAsia Expedition 98.
212 giorni, 25.001 km, 19 paesi (9 europei, 10 asiatici), 6 deserti, 5 valichi oltre i 3000 m, 4 oltre i 4000, 13.626 fotografie, 43,5 ore di video in digitale e 278 pagine di appunti dopo la Torre di Belém, eccoci alla meta.

Un sentitissimo "grazie" a tutti coloro che hanno partecipato più o meno attivamente alla nostra impresa, con l’auspicio che questa non rimanga un semplice episodio isolato, ma rappresenti un preludio a futuri, ancor più interessanti studi e collaborazioni.

Paolo Brovelli & Giorgio Martino

Alcuni numeri
L’altitudine più elevata toccata dalla spedizione è stata di 4732 m (il passo Khunjerab, confine sino-pakistano), il punto più basso, -154 m (depressione di Turpan, Cina). Il percorso si è svolto in longitudine tra i 9°.30’ Ovest (Cabo da Roca, Portogallo) e i 116°.25’ Est (Pechino, Cina); in latitudine, tra i 46°.03’ (Lijublijana, Slovenia) e i 29°.36’ Nord (Shiraz, Iran). La temperatura più alta registrata è stata di 48 °C (28 luglio, ore 13:23), nel deserto del Dasht-e Lut (Iran), quella più bassa, di -9 °C (23 ottobre, ore 2:12) al Tianchi (il "lago del cielo"), sulle montagne del Bogda Shan (Cina).

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