Karakoram Highway, 9 settembre, ore 11:18
Stiamo a malincuore lasciando Kashgar, la bellissima, lungo un viale di pioppi fitti fitti. Abbiamo infatti ottenuto un permesso di soli quattro giorni per attraversare questo lembo estremo di Cina e valicare il famoso passo Khunjerab che ci scaraventerà nel subcontinente indiano, nella mitica valle del fiume Indo, in Pakistan.
Con l’appoggio della sede Piaggio di Cina, siamo comunque riusciti a districarci tra le serrate maglie della burocrazia cinese e a farci rilasciare per i primi di ottobre un nuovo, lunghissimo permesso di circolazione che ci permetterà di giungere agevolmente alla nostra meta. Dati i tempi di percorrenza e l’avvicinarsi della stagione fredda, per ragioni di sicurezza abbiamo deciso di evitare l’altopiano Tibetano, che con i suoi 4000-5000 m di altitudine a ottobre sarà quasi inagibile. Dovremo quindi tornare a Kashgar e percorrere l’intera via della Seta cinese se vogliamo giungere all’ambita Pechino.
Per ora approfittiamo di questa corsa forzosa verso il Pakistan per dare un primo, fugace sguardo a una regione tra le più affascinanti del pianeta, parte della provincia autonoma dello Xinjiang, dimora di una delle maggiori minoranze del paese: i turchi uighuri.
Imbocchiamo quindi la Karakoram Highway, la camionabile di recente aperta tra le altissime vette della catena del Karakoram (una tra le più imponenti del mondo), collegamento di vitale importanza tra il "far west" cinese e l’oceano Indiano. Più di mille chilometri tra montagne e paesaggi la cui immensità sottolinea, metro dopo metro, le reali dimensioni dell’essere umano al cospetto dell’universo.
Il tratto di strada sul versante cinese si srotola tra villaggi in terra cruda e polvere fino a inoltrarsi tra le gole formate nella catena montuosa del Kunlun Shan da ampi corsi d’acqua stagionali (al momento in secca) provenienti dal massiccio del Pamir, nel vicino Tagikistan.
Non è raro da queste parti, a settembre, trovarsi "imbottigliati" in un traffico essenzialmente di natura ovina. Il glaciale inverno centrasiatico è alle porte e i pastori conducono le loro smisurate greggi dagli alpeggi in quota (3000-3500 m) verso regioni più calde. Anche i cammellieri (qui normalmente di etnia kirgiza) si spostano con vettovaglie e merci a valle e quando ci incontrano, ci sorridono, ci chiedono una sigaretta e continuano la loro marcia.
Cerchiamo d’immaginare i viaggiatori europei che secoli fa percorrevano queste stesse strade: i loro pensieri e sensazioni probabilmente non erano molto diversi dai nostri in questo momento. Anche la velocità è solo di poco differente.

VISTO INDIANO E CINESE
Passo Khunjerab, 10 settembre, ore 21.02

Ci manca un po’ il fiato e ci gira leggermente la testa; assolutamente normale quando ci si trova a un’altitudine di 4732 m!!
Il contachilometri dell’Ape segna il numero 16.801, qua sulla cima del passo Khunjerab. Questo rappresenterà il record assoluto dell’EurAsia Expedition 98 e non crediamo che molti altri Ape abbiano raggiunto tali altitudini, nemmeno in tutti i 50 anni di vita di questo mitico triciclo.
Quassù è tempo di cambiare tipo di guida: in Pakistan si tiene la sinistra, come in Gran Bretagna. Bisognerà abituarcisi, perché anche in questo paese percorreremo non pochi chilometri.
Una lapide commemora i numerosissimi operai caduti durante l’edificazione di questa importantissima direttrice; altri cartelli segnalano il punto d’inizio della giurisdizione dei due paesi. Oltre ai militari di confine cinesi sono presenti un paio di guardie forestali pakistane, preposte alla salvaguardia del Khunjerab National Park.
Questo affascinante valico segna per l’EurAsia Expedition 98 l’interruzione temporanea della navigazione nel grande mare centrasiatico turcofono - il cosiddetto Turkestan - intrapresa poco più di due mesi fa con l’attraversamento della catena montuosa del Kopet Dag e il passaggio di frontiera tra Iran e Turkmenistan. La nostra marcia verso l’Oriente continuerà tra circa un mese partendo di nuovo da questo stesso punto, dopo che avremo placato almeno in parte il nostro interesse verso un altro tratto della rinomata via della Seta, quello che proviene dal subcontinente indiano e che coincide più o meno con il tracciato della Karakoram Highway, appunto.

Rawalpindi, 20 settembre 1998
Finalmente, dopo tante facce turche, eccoci ritornati tra gli indoeuropei! Popolo allegro e quantomeno giocoso, il pakistano, anche se da quanto riportano normalmente i giornali di casa nostra potrebbe non sembrare affatto. Daltronde siamo tanto abituati a sentir parlar male di certo "altro da noi" che ormai non ci facciamo più caso, ma se avessimo la buona volontà di aprire un po’ gli occhi vedremmo chiaramente che i fatti che smentiscono questo irritante postulato sono senz’altro più numerosi delle prove a suo favore.
Malgrado poco tempo fa - dice il nostro amico Raja confermando ciò di cui hanno parlato tutti i giornali - vi siano stati parecchi problemi con l’India e l’Occidente, l’accoglienza pare comunque ottima anche qua.
Nella caotica selva di "variopinti" clacson, grida e motori scoppiettanti di motorette e Vespacar (così si chiamano qui gli Ape Piaggio di trent’anni fa, numerosissimi e utilizzati come risciò) che caratterizzano il panorama acustico di questa città decidiamo di tirare il fiato.
I giorni scorsi abbiamo dovuto faticare non poco per arrivarci. La coda del monsone estivo è ancora presente, in questa stagione, e si insinua pericolosamente tra i monti, dove la pioggia e il vento causano continue frane. I massi che si incontrano sulla carreggiata sono assai numerosi e inevitabilmente, in certi tratti, si procede con gli occhi puntati verso l’alto, sperando che serva a qualcosa. In alcuni punti l’Indo forma rapide e gole con strapiombi drammatici. La strada corre a mezza costa e sopra la carreggiata, le pietre fanno l’effetto di spade di Damocle. Roccie che formano quasi dei tunnel e giù, in fondo, il fiume, che scorre tanto veloce da infondere timore solo guardandolo da lontano. Soltanto la spettacolarità del panorama montano unita a una certa dose di incoscenza sono in grado di smorzare la paura.
Percorrendo quella strada, tuttavia, sembra di percorrere un pezzo di storia millenaria. Questa, forse più delle altre cento rotte storiche che abbiamo percorso durante l’EurAsia Expedition 98, dà l’idea di essere unica e quasi insostituibile, in quanto collega in uno dei luoghi più impervi della Terra, due delle realtà maggiormente rappresentative del continente eurasiatico: quella cinese e quella indiana.
Ora, comunque, è tutto finito (come si suol dire) e dalla piccola stanza d’albergo, tra mappe e libri, cerchiamo di organizzare la nostra permanenza qua in modo da conciliare gli impegni più pressanti con ambasciate, stampa e rappresentanti della Piaggio locale con qualche giorno di meritato riposo.

Mingora, 4 ottobre 1998
Navigando tra gli antichissimi siti buddhisti del regno Gandhara che costellano l’intera valle dello Swat, da due giorni stiamo marciando verso il nostro appuntamento al confine cinese; di nuovo verso il passo Khunjerab, di nuovo verso i 4732 m, l’apice della nostra arrampicata.
Probabilmente stavolta incontreremo la neve. Probabilmente questo è uno degli ultimi giorni di caldo dell’EurAsia Expedition 98 e forse quelle di ieri sera erano le ultime zanzare, ammesso che il clima cinese non ci riservi qualche bella sorpresa.
Finalmente l’incubo delle frane si può dire scomparso (si spera); il monsone è ormai terminato e senza pioggia il problema si riduce notevolmente.
La temperatura di questi giorni nella subtropicale piana dell’Indo, in Punjab, era insolitamente alta per la stagione. Il termometro toccava i 35 °C e tutti si lamentavano. A noi ha fatto piacere ancora un po’ di caldo (sebbene umidissimo e un po’ opprimente) prima di affrontare i rigori del Nord.
Non ci siamo comunque spinti nemmeno troppo a sud, in quanto il tempo a disposizione non era molto, le distanze sono lunghe e il nostro nuovo programma prevede, com’è ormai noto, di ripercorrere in senso inverso tutta la Karakoram Highway fino a Kashgar. Impresa da non sottovalutare.
La città più meridionale cui siamo giunti è stata Lahore, l’antica capitale dell’impero Moghul, che si estendeva dal nord dell’Afghanistan fino a comprendere tutto l’odierno Pakistan e l’India centro-settentrionale.
A soli 40 km dall’unico passaggio di frontiera aperto verso l’India, Lahore rappresenta il capolinea del tratto pakistano dell’antica e famosa Grand Trunk Road, che collega virtualmente Kabul, la capitale afghana, a Calcutta, nel Bengala Occidentale (in India). L’abbiamo percorsa nei due sensi, da Islamabad e Rawalpindi fino, appunto, a Lahore, quindi di nuovo indietro, fino a Peshawar e al passo Khyber, che segna il confine con l’Afghanistan, millenario punto di passaggio di tutte le popolazioni che dall’Asia centrale si sono riversate nel subcontinente indiano.
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Qui nella North-West Frontier Province, fuori dai centri più importanti il governo non ha praticamente alcuna giurisdizione e le tribù locali, in maggioranza di etnia afghana (i pathan, per essere esatti), amministrano gran parte delle attività, perlopiù traffico di droga e armi. Non è raro trovarsi a sorseggiare un tè con qualche artigiano fabbricante d’armi, in un negozietto stracolmo di fucili, mitra e pistole, spesso copie di originali molto famosi, come Kalashnikov o Colt.
Anche in questa zona, tuttavia, gli inviti a cena non si contano. La curiosità vince qualunque pregiudizio e pochi si lasciano sfuggire la possibilità di "intervistare" qualcuno proveniente dal tanto bistrattato e "corrotto" Occidente.

Turpan, 24 ottobre
Sono ormai quasi venti giorni che marciamo incessantemente e decisamente verso est, in territorio cinese; l’ultimo viaggio dell’EurAsia Expedition 98 è cominciato da tempo, da quando, il 7 ottobre, abbiamo valicato per la seconda e ultima volta il fatidico passo Khunjerab. A quelle altitudini, la temperatura era già al di sotto dello zero e la neve ricopriva gran parte del territorio circostante.
L’epoca degli alti valichi, tanto temuta fin dall’inizio della spedizione, pare ormai terminata e bisogna ammettere che i nostri Ape hanno finora superato brillantemente tutte le prove.
Qui, nella provincia autonoma dello Xinjiang Uighur ci si sente ancora molto lontani da ciò che ci si immagina di trovare una volta entrati in Cina; lontani dalle pagode, dalle classiche coltivazioni a terrazze e dal rigoglio del Fiume Giallo (lo Huang He) e del Fiume Azzurro (il Chang Jiang, o Yangtze, com’è universalmente noto in Occidente), dalla marea umana delle città costiere e dall’austerità dei raccordi stradali della capitale.
Siamo ancora nel deserto, un deserto diverso da quelli attraversati nei mesi precedenti, ma ancora popolato perlopiù da genti di stirpe e lingua turca e di religione islamica, da barbecues che arrostiscono speziati kebab di montone o pecora, da oasi polverose costellate dalla svettante sagoma del pioppo, come d’uso in tutta l’Asia interna.
A Kashgar, una quindicina di giorni fa, abbiamo potuto assistere al famoso mercato della domenica, che occupa circa un terzo della città e dove si può comprare di tutto. E’ diviso in diverse parti: il mercato del bestiame, quello delle pelli, del legname, della frutta e così via, ma per noi è stata la varia umanità proveniente dai villaggi attorno la vera attrazione. E’ qualcosa di meraviglioso e affascinante e pare che il tempo vi si sia fermato. Vi è rappresentata ogni sorta di popolazione centrasiatica, dai kirgizi ai kazakhi, dagli uzbeki ai tagiki, dagli afghani agli uighuri (ovviamente); ognuno con il proprio inconfondibile copricapo musulmano, cosa normale, se si pensa che si tratta di uno dei maggiori centri dell’Islam in Cina. Il tutto immerso tra le classiche case in adobe caratteristiche della zona, tra strade in terra battuta, biciclette, muli e carretti stracarichi. Un’esperienza davvero indimenticabile.
D’altro canto Kashgar è anche una città piena di teledrin e telefonini, nuovi palazzoni piastrellati di bianco e ampie arterie asfaltate. Una città che, malgrado la grande statua di Mao Zedong continui a vegliare su di essa, sta
cercando di inserirsi nel panorama sociale della nuova Cina; una città che vuole crescere con il resto del paese. Tutto sommato, sia l’apertura del collegamento stradale con il Pakistan, sia l’imminente conclusione della ferrovia proveniente dalla capitale palesano il suo nuovo "antico" ruolo di importante nodo di traffici.
Usciti da Kashgar abbiamo intrapreso a tutti gli effetti la via della Seta cinese, quella che costeggia il deserto del Taklamakan a Nord, ai margini del bacino del Tarim.
Per giorni e giorni, centinaia e centinaia di chilometri, il panorama è stato più o meno lo stesso. Dritta dritta, davanti a noi, la strada, interminabile e ipnoticamente vuota. Alla nostra sinistra, tanto vicina che pare di poterla toccare solo allungando un braccio, la catena montuosa del Tian Shan, che spesso assume colori da favola, tingendosi con striature di rosso, giallo, verde, marrone. A destra, invece, lo sguardo si perde nel digradante infinito del deserto del Taklamakan, pietroso e spesso imbiancato del sale lì abbandonato dal mare che milioni di anni fa riempiva l’odierno bacino del Tarim.
La temperatura non si discosta molto dai valori italiani a parità di stagione. L’atmosfera è soleggiata, ma molto fosca; sa già d’inverno.
Ai lati della strada spesso vi sono tende dove vivono gli operai della ferrovia. Sembra di essere nel "vecchio west" alla fine del secolo scorso, all’epoca della costruzione della strada ferrata per la California. Di tanto in tanto, sulla carreggiata si vede una squadra di manutenzione con un corpetto arancione fosforescente e le mascherine sulla bocca a causa della polvere.
Di oasi in oasi siamo così giunti qui a Turpan, storico centro abitato che giace in una depressione a 54 m sotto il livello del mare. Qualche grado in più ci permette addirittura di pranzare all’aperto senza doverci coprire troppo. L’atmosfera è festosa perché ottobre è considerato uno dei mesi di migliore auspicio per sposarsi. Per le vie si susseguono musiche e danze, che continuano fino a notte fonda.

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