VERSO IL CONFINE IRANIANO, 29 giugno
Ieri sera, verso le dieci, abbiamo raggiunto il nuovo record di altitudine, sul passo di Karakal, 2475m, molto importante per l'Armenia attuale perché divide le regioni settentrionali da quelle meridionali. é infatti passaggio obbligato per chiunque si voglia recare sia nel Nagorno Karabakh (all'interno della nuova repubblica indipendente dell'Azerbaigian), sia nel sud del paese, sia, come noi, in Iran attraverso la frontiera di Meghri, peraltro l'unica, di recente costituzione.La mattinata è nebbiosa e il cielo è molto coperto; viaggiamo per ore in mezzo alle nuvole, a un'altitudine che varia tra i 2000 m e i 2300 m, ad una media di 25 km/h. Il paesaggio molto verde è pieno di alpeggi e di prima mattina abbiamo incontrato diverse mandrie dirette al pascolo. Abbiamo risfoderato gli indumenti di lana. C'è umidità e fango. Malgrado sia l'unica strada che conduce alla frontiera, non si vede praticamente nessuno. Da un lato il costolone della montagna, dall'altro il baratro, mentre davanti, imperterrita, la nebbia.Dopo diverse ore di marcia e un nuovo record di ascese ripidissime fino a 2600 m, eccoci a Meghri, bella cittadina immersa nel verde del fiume in un'oasi di montagna circondata da monti che sembrano di cartapesta. Valicato il passo si scende direttamente a 400 m e siamo praticamente in Iran, nella splendida valle dell'Arak. Non si pensa mai che Armenia e Iran confinino, eppure a nord e a sud di questo fiume si scrutano due mentalità completamente differenti: da un lato uno stato cristiano tra i più antichi che ha resistito a secoli di dominazione musulmana, dall'altro un mondo islamico tra i più intransigenti e severi.Stiamo percorrendo la sponda settentrionale dell'Arak. E' un paesaggio da favola. Montagne aguzze ai lati e il verde smeraldo dei pioppi nella valle. Questa vallata è una delle più belle e maestose che abbiamo mai visto, paragonabile forse a qualche valle dell'Atlante marocchino, come quella del Draa, che si incunea nel deserto del Sahara. Si pu dire che, sino ad ora, i chilometri tra Meghri e la frontiera siano tra i più emozionanti del viaggio! Sul versante iraniano si scorgono cave di pietra ed un primo villaggio in terra cruda sulle pendici di un monte a ridosso dell'oasi. Il filo spinato corre lungo la strada e ai lati frequenti torrette militari.
I soldati armeni passeggiano lungo il confine e quando ci fermiamo a scattare - con emozione - le prime foto all'Iran ci comunicano con molto garbo che non è possibile. Effettivamente, tanto è il nostro entusiasmo che non abbiamo nemmeno pensato alle normali regole di frontiera.
INGRESSO IN IRAN, 29 giugno, ore 22.15
Al km 8552, l'EurAsia Expedition 98 entra in Iran. E' ormai notte. Ci hanno fatto dichiarare tutto, ma non ci sono stati problemi. In un primo momento i doganieri della frontiera di Noordoz sembravano molto severi, ma poco dopo sorridevano amichevolmente. Ora stiamo viaggiando in territorio iraniano sulle rive del Rud-e Aras (il nome persiano dell'Arak). Tutto sembra già cambiato; di qua dal fiume è già un altro mondo e persino gli odori paiono diversi. La strada è liscia e senza buche. L'impressione, al contrario di quando nelle nostre regioni mediterranee si passa da un paese cristiano europeo a uno musulmano (generalmente nordafricano), è quella di un ritorno alla civiltà.
MARAND, 2 luglio
é ormai il terzo giorno che ci troviamo in territorio iraniano e abbiamo già conosciuto diverse persone a Marand, dove abbiamo deciso di fare una sosta. Tutta la zona nordoccidentale del paese (ove ci troviamo), incluso il lago di Orumyie e Tabriz è compresa nelle due province dell'Azerbaigian iraniano con popolazione di lingua ed etnia azera (di radice turca, quindi).Ogni volta che ci fermiamo in un villaggio, una folla si accalca intorno ai nostri Ape e ci fissa silenziosa.
Sono tutti curiosi, ma la gente, qua, ha un decoro e una dignità veramente invidiabili. L'attrazione per lo straniero, per chi viene "da fuori", è fortissima, probabilmente per il particolare stato di isolamento in cui versa il paese. Tutti vorrebbero poter comunicare, non fosse per il grande ostacolo della lingua. Le donne sono tutte avvolte nel chador - un panno grigio neutro (specie nelle campagne) o completamente nero (soprattutto in città) - e, sebbene in apparenza schive, quando ci vedono ridacchiano e sgomitano a vicenda. Con gli uomini si fa subito amicizia. Con il nostro nuovo amico Reza, maestro d'inglese che ci ha "abbordati" appena arrivati in città, siamo usciti la sera a mangiare riso in bianco al burro (pilau o chelo), kebab, yoghurt, nan (il pane sottile e tondo) e pomodori arrosto, cibo classico di ogni buon iraniano. Nelle discussioni emergevano soprattutto problemi legati al rapporto con il sesso femminile e la mancanza di lavoro. Molti non sono assolutamente soddisfatti delle condizioni di scarsa libertà in cui si trovano a vivere. Appena lasciata la città abbiamo incrociato la camionabile proveniente dalla Turchia e diretta a Teheran. Grande direttrice, vettrice di moltissimo traffico, importante soprattutto per gli scambi con l'occidente, si snoda quasi interamente a circa 1500 m d'altitudine ed è percorsa da un'infinità di camion; d'inverno la neve vi cade copiosa e fa molto freddo. I monti (un'ottima risorsa di argilla, importante per l'edilizia locale) sono rossastri e brulli mentre la vallata è in alcuni punti assai verdeggiante e produce verdura, frutta e grano.
VERSO TEHERAN, 9 luglio 1998: ore 17.56
Abbiamo da poco lasciato l'austera Tabriz. Austera perché, persino in Iran, ha fama di essere una città conservatrice. Qui, come del resto in tutto il paese, ragazzi e ragazze non possono parlare tra loro. Nella zona "in" della città, Valiant, essi praticano un interminabile "struscio" sulla via pedonale principale, a partire dal tardo pomeriggio. Ma si guardano soltanto e a volte si sorridono, perché i poliziotti (diverse pattuglie alle estremità della strada) li controllano come mastini. Le donne, in pubblico castigatissime sotto severi chador, comprano jeans e vestiti alla moda (ovviamente in bella mostra nelle vetrine) che possono sfoggiare praticamente solo tra le pareti domestiche.
Dopo aver sperimentato la calda frenesia dell'immenso bazar di Tabriz (uno dei maggiori del Vicino Oriente) anche le colonne di camion diretti, come noi, a Teheran sembrano trasmettere un senso di quiete, non fosse altro che per la silenziosa suggestione che esprime il paesaggio in cui si snoda il lungo nastro d'asfalto diretto verso la capitale. Pur trattandosi di una delle più importanti arterie di collegamento con il "resto del mondo", ci appare subito evidente che i villaggi che si susseguono tra i pioppi delle numerose oasi d'altura versano in condizioni di estrema arretratezza. Sono per lo più centri rurali, con edifici in mattoni o in terra cruda, abitati da contadini che la sera tornano dai campi carichi di fascine, come i loro asini. Nei campi circostanti, mandrie e greggi governate spesso da bambini.é su questa strada che i nostri Ape e l'EurAsia Expedition 98 tagliano il traguardo dei 9000 km da Lisbona, quando Teheran è ormai dietro l'angolo.
DA TEHERAN A QOM,16 luglio: ore 14.30
Stiamo percorrendo l'autostrada a pedaggio Teheran-Qom, in direzione sud, e ci proponiamo di arrivare a destinazione tra un paio d'ore. La nostra permanenza nella capitale si è protratta per quasi una settimana, ed è stata appena sufficiente per farsene un'idea.Teheran è una città molto caotica che conta circa dieci milioni di abitanti. Il traffico, sebbene irregolare ed estremamente pericoloso, è molto scorrevole e ricorda un po' quello della Istanbul di dieci anni fa, con macchine e moto stracariche e polizia consenziente. L'abitato, attraversato da superstrade e raccordi che ne collegano rapidamente i diversi punti e che ricordano certe megalopoli americane, si estende su una superficie molto vasta a circa 1200 m di altitudine, alle pendici dei monti Elburz. é un peccato che le altissime cime innevate siano costantemente coperte dalla foschia prodotta dal pesante inquinamento. L'aspetto della città è molto moderno e dinamico, i suoi abitanti sono amabili, gentili e notevolmente più emancipati rispetto a quelli della provinciale Tabriz. Stamane, di fronte al più importante hotel del centro e alla presenza del suo direttore, siamo stati intervistati (in maniera estremamente ufficiale) dalla televisione nazionale iraniana, che ha assicurato per la sera stessa la diffusione della notizia della nostra spedizione durante il telegiornale in lingua inglese e in una trasmissione destinata ai programmi via satellite. Tale interesse verso l'EurAsia Expedition 98 è forse un segno della recente volontà del paese non solo di aprirsi finalmente al turismo internazionale, ma anche
di migliorare i rapporti - ormai da tempo compromessi Ð con l'Occidente.Attualmente stiamo viaggiando ai margini occidentali del deserto del Dasht-e Kavir, che occupa tutta la parte centrosettentrionale del paese. A circa una cinquantina di chilometri da Qom, alla nostra sinistra, appare una distesa biancastra e brillante. Si tratta del Huz-e Saltan uno dei numerosi laghi salati che costellano la regione. Ore 17.25. Ecco apparire le cupole di Qom. Piazze assolatissime, chador al vento, bandiere: è la città dei mullah, uno dei luoghi più sacri dell'Iran. Tutti i nostri amici iraniani ci hanno sconsigliato di visitarla a causa della sua fama di intrasigenza religiosa. Si tratta infatti del luogo dove hanno studiato l'ayatollah Khomeini e gran parte della classe politica attuale ed è in grado di rivaleggiare, per quanto riguarda l'aspetto religioso, con la stessa Meshhed, la più importante meta di pellegrinaggio sciita. Come gran parte dei centri iraniani, anche Qom si estende ai piedi delle montagne, dalle quali viene da secoli ricavato il necessario approvvigionamento idrico. Le maioliche turchesi della moschea e dei minareti spiccano in maniera decisa in mezzo al verde sbiadito dell'oasi e sopra gli argini del fiume Rud-e Qom, attualmente in secca, che attraversa l'abitato. Qui, anche le bambine sono costrette a coprirsi la testa!
LA REGIONE DEL FARS, 21 luglio
Ci siamo svegliati a cento metri dalle rovine della magnificente Persepoli e siamo felicissimi. é un'emozione immensa trovarsi nel cuore della Persia, nella regione del Fars, terra che ha dato i natali a Ciro e a Dario, ai Sassanidi, alle più grandi stirpi di questo paese e, forse, del continente eurasiatico.Non manca molto a Shiraz, che probabilmente costituirà il punto più meridionale toccato dall'EurAsia Expedition 98, nonché il "giro di boa" del nostro itinerario in Iran. Dopo aver fantasticato facendo correre lo sguardo sui profili maestosi delle impressionanti tombe degli achemenidi a Naqsht-e Rostam e sui magnifici rilievi dell'antica capitale persiana, riprendiamo la marcia verso sud, non senza esserci lasciati fotografare più volte insieme a gruppi di turisti locali. é buffo vedere come la gente (tra la più ospitale e amabile che abbiamo mai incontrato) ci tenga a essere immortalata con lo straniero; probabilmente la ragione di ci risiede nel fatto che, da queste parti, l'ormai dimenticato Occidente assume un fascino particolare.Ecco verso est apparire, nella lunga catena dei monti Zagros, dei picchi aguzzi che paiono il logo della Paramount Pictures, mentre a ovest nell'atmosfera pulita di una luce irreale, un altro villaggio abbandonato. Su questa strada ve ne sono decine, uno ogni 20-30 km. Attraversati da viuzze di fango secco costeggiate da muri alti 2-3 metri in terra cruda, di solito dispongono di un caravansaraj, edifici abitativi, granai, stalle e recinti immensi, già utilizzati come orti, giardini o ricovero per il bestiame. Le strutture, prive di manutenzione da circa un centinaio di anni, si stanno lentamente sgretolando sotto le intemperie, mentre nelle vicinanze normalmente prospera un villaggetto "moderno", sicuramente più vivo e funzionale, ma anche assolutamente meno scenografico. Il Fars è forse la regione più bella che abbiamo finora visitato, il nucleo storico ancora palpitante della Persia. Dopo alcuni chilometri di montagne desertiche la strada penetra nella valle del fiume Rud-e Polvar. Vi si alternano greggi di pecore e casette modeste, erba verde smeraldo e campi gialli. La terra è praticamente tutta coltivata. A tratti si scorge in lontananza la sagoma frastagliata di alberi d'alto fusto; per il resto arbusti spinosi a non finire, specie sulle pendici dei monti. Qua e là, tende di nomadi stagionali, di solito pastori. Qui al Sud, le immagini minatorie e altisonanti del governo (cartelloni propagandistici e gigantografie dei visi degli ayatollah) sono molto meno presenti che nel resto del paese ed è inoltre difficile vedere, specie nelle campagne, l'inquietante sagoma nera del chador, spesso sostituito da semplici foulard colorati.
IL DESERTO, 28 luglio
Dopo avervi trascorso la notte lasciamo il sito zoroastriano di Chak-Chak (il più importante dell'Iran), che dista una trentina di chilometri dalla strada principale per Tabas e Meshhed. Anche la città di Yazd, la "sposa del deserto" (arus-e kavir, come la chiamano qui), la terra natale dell'attuale presidente Khotami, si trova ormai alle nostre spalle. Visitarla è stata un vero piacere, malgrado il caldo intenso. A una zona moderna e anonima - con viali larghi e alberati, ove domina il colore beige chiaro del classico mattoncino squadrato della nuova edilizia iraniana, ampi rondò, piazze e giardinetti un po' sbiaditi ma ben curati -, si affianca un abitato tradizionale, tutto in terra cruda, caratterizzato da vicoletti, cupole, minareti e da una splendida Moschea del venerdì, dall'alto della quale si apre un suggestivo panorama sulla città.Ci troviamo a marciare tra il Dasht-e Lut e il Dasht-e Kavir, le due immense distese desertiche dell'altopiano iranico e spoglie catene montuose accompagnano la nostra traversata. L'altitudine si aggira sempre tra i 1200 e i 1300 m; la temperatura raggiunge senza sforzo i 50° C. I piloni della luce e qualche camion, oltre ai nostri due ormai ben collaudati Ape, sono le uniche tracce di civiltà. Con questo clima è buffo vedere di tanto in tanto sul lato della bella strada asfaltata (con tanto di segnaletica orizzontale e verticale, com'è d'uso su ogni strada iraniana) un cartello azzurro che indica l'obbligo di catene per i mesi invernali, specie quando si trova affiancato da un segnale di pericolo riferito alla possibilità di un improvviso attraversamento di cammelli! é tuttavia un deserto molto movimentato, questo; monti, pietre, cespugli spinosi a perdita d'occhio. Di tanto in tanto si scorge all'orizzonte l'alto profilo di qualche oasi, ma perlopiù il panorama è abbastanza desolato. Qualche tromba d'aria qua e là spazza l'altipiano e in lontananza si possono intravedere fenomeni di miraggi. L'acqua corrente e l'elettricità, comunque, arrivano anche nei villaggi più remoti e anche su queste strade ci accompagnano costantemente i cavi della rete elettrica. Quando i contachilometri dell'Ape segnano 11.372 km. finalmente, come un'apparizione, le dune di sabbia, molto più modeste di quelle sahariane. 2 AGOSTO, ore 15.40 Abbiamo lasciato da circa tre ore la caoticissima Mashhad, la città santa sciita. Il caldo è umido e intenso qua nel Khorasan, una delle regioni più povere del paese. Oggi dovrebbe essere l'ultimo giorno che trascorriamo nella Repubblica islamica dell'Iran che ci stiamo preparando a lasciare per affrontare gli stati dell'Asia centrale ex sovietica; dapprima il Turkmenistan, poi, secondo il programma, Uzbekistan e Kirghizistan.Qua, tuttavia, ci si sente già in Asia centrale, forse per certi odori e certe facce che nel nostro immaginario associamo a quell'area della Terra. Meshhed, la città santa, ha l'aria di una città di frontiera, probabilmente a causa della folla di pellegrini che vi si recano: pakistani, afghani, medio-orientali e gente proveniente da ogni parte dell'Asia per visitare il recinto sacro dell'imam Reza (da qualche anno off-limits per i non-musulmani a causa di un devastante attentato di stampo controrivoluzionario). L'atmosfera è assolutamente cosmopolita e per le strade si improvvisano processioni per i pellegrini, nelle quali i partecipanti cantano inni religiosi e si sgolano dietro a stendardi che riportano versi coranici. Le strade sono sempre affollate, specie quelle vicino al nucleo sacro e centinaia di negozi espongono souvenir, oggetti sacri e persino strumenti di penitenza, come fruste metalliche per l'autofustigazione.All'idea di lasciare l'Iran l'emozione ci assale e guardando a settentrione, oltre la catena montuosa del Kopet Dag, ci immaginiamo che al di là di quella Grande Muraglia naturale, che per millenni, a volte senza successo, ha protetto la civiltà persiana dalle incursioni dei nomadi del nord, vaghino ancora carovane di cammelli dirette alla spietata corte dell'emiro di Buhara.