TBILISI, 23 giugno: 12.39
Chilometro 7660 dalla Torre de Belém: con l'amico Misha - che dopo il nostro primo contatto con le televisioni locali ha insistito per essere l'"accompagnatore ufficiale" dell'EurAsia Expedition per tutto il periodo di permanenza nel paese - arriviamo a Tbilisi, la capitale. In Georgia (chiamata Gruzija, in russo, e Sakhartvelo, nella lingua autoctona) l'ospitalità della gente è stata una vera rivelazione, forse anche perché siamo italiani e - inspiegabilmente - i georgiani sono convinti di essere molto simili a noi - e probabilmente per molti aspetti non possiamo che dar loro ragione! GEORGIA Malgrado il reddito pro-capite sia infinitamente basso e la disoccupazione raggiunga livelli elevatissimi, i nostri nuovi amici non ci lasciano mettere mano al portafoglio. Spesso, specialmente dopo che siamo apparsi in diversi notiziari televisivi e sulla carta stampata, la gente per strada ci invita a un brindisi "volante", consumato tra un semaforo e l'altro. Anche i poliziotti - che a centinaia, in camicia azzurra e berretto con visiera di foggia sovietica, piantonano con inutili (ma redditizi!) posti di blocco ogni crocevia delle città e sulle strade extraurbane ostacolano la circolazione ogni 5-10 km - non sono esenti dal fascino della televisione e alcuni di loro ci hanno accolto festosamente (finora ognuna delle 53 pattuglie che abbiamo incontrato ci ha fermato, soprattutto per la curiosità destata dai nostri strani veicoli).Al contrario dello sfacelo che caratterizza la maggior parte dei centri urbani (oltre a Batumi, anche Kutajsi, capoluogo della regione di Imeretia, l'antica Colchide degli Argonauti, o la vicina Gori), la situazione nelle campagne è decorosissima e i vecchi contadini sembra non abbiano vissuto il devastante e improvviso passaggio all'economia di mercato. I dintorni di Lanc'huti, borgo nella vallata del fiume Rioni, a qualche decina di chilometri dal Mar Nero, ne sono un esempio. Appena fuori dal paese piccole fattorie e case tradizionali con tetti in lamiera ed elaborate grondaie ospitano la vita delle famiglie nello stesso semplice e perfetto equilibrio di sempre. Acqua e cibo non mancano e l'energia elettrica è spesso fornita da piccoli e ingegnosi meccanismi idraulici. Coi nonni di Misha, serate d'altri tempi trascorrono tra i racconti della battaglia di Stalingrado e le leggende sulla campagna circostante.Con rammarico a causa di problemi di tempo, abbiamo scelto di arrivare a Tbilisi percorrendo la strada più diretta, passaggio naturale e favorito da sempre per i collegamenti tra Occidente e Oriente, lungo le valli dei fiumi Rioni e Kura, che scorrono tra le alte catene del Grande e del Piccolo Caucaso (rispettivamente a nord e a sud).



VERSO IL CONFINE ARMENO, 26 giugno: 16.30
Dopo quasi tre giorni di permanenza, lasciamo Tbilisi e procediamo verso la frontiera armena, che si trova poco oltre il paesino di Sadakhlo. Abbandoniamo con rammarico, ma anche emozionati e pronti a continuare il lento cammino verso l'Oriente, i nostri amici, che siamo certi ci mancheranno molto.La strada comincia a inerpicarsi sui monti del Piccolo Caucaso, in un paesaggio naturale abbastanza brullo, con campi di grano giallo e covoni di fieno. I pioppi non mancano mai e così pure peschi, albicocchi, ciliegi. File di contadine ferme ai lati della strada espongono i loro prodotti e quando ti fermi si sbranerebbero per venderti un chilo di frutta. Poco prima della frontiera siamo sorpresi da un forte temporale. Le gocce cominciano a cadere e stormi di uccelli neri si alzano in volo. Questo temporale estivo sembra voler lavare via i nostri ricordi georgiani prima di affrontare le incognite che riserverà l'Armenia.Sono le 20.06 quando al km 7939 da Lisbona passiamo il posto di frontiera georgiano - costituito da tre vagoni di un treno posti ai lati della "strada" e due sbarre - dove una modesta fila di camion (tra cui bulgari e turchi) è in attesa di varcare il confine. L'esercito (per la maggior parte formato da soldati russi) espleta la funzione di polizia. Sul fondo, verso l'Armenia, fa capolino l'arcobaleno; lo interpretiamo come un ottimo segno!

INGRESSO IN TERRITORIO ARMENO, 27 giugno
Anche in territorio armeno veniamo accolti con simpatia dalla gente che incontriamo (certamente anche per merito degli Ape). Imbocchiamo la strada, peraltro in discrete condizioni, che si dirige a sud, verso Erevan, costeggiando la riva destra del fiume Debed, in una valle del Piccolo Caucaso posta a circa 700 m di altitudine e caratterizzata da un paesaggio estremamente verdeggiante. I cartelli stradali riportano quasi sempre indicazioni in cirillico e armeno, mentre l'alfabeto latino è poco usato. Al termine di un profondo canyon, lungo il fiume (sul quale sono situate numerose chiuse e bacini), si susseguono impianti industriali e officine, cave di pietra e centrali elettriche, delle quali però solo alcune sembrano in funzione. Sulla riva opposta a quella della strada si snoda, seguendoci, il tracciato della ferrovia Tbilisi-Erevan. Sebbene rispetto alla vicina Georgia il paesaggio umano non sembri cambiato di molto, quello geomorfologico è totalmente differente e notevolmente più suggestivo. Lungo la strada gli unici abitati sono case isolate, soprattutto sulle rive del fiume e nei pressi degli impianti industriali. E' un vero peccato che il cielo sia coperto e non possa ravvivare i colori, ma ci spiega la presenza di così tanta vegetazione. Qua e là un ponticello in legno e corda dà la possibilità di passare da un lato all'altro del fiume e gran parte degli esercizi commerciali (ristorantini devastati, negozietti con prodotti spesso scaduti da tempo immemorabile e piccole case molto povere) sono dei prefabbricati, dei "vagon" (veri e propri vagoni di treno) forse provenienti dalle forniture estere ai terremotati di Spitak dell'89. Alla nostra vista ancora fabbriche, vetri rotti, strutture in ferro, cani spelacchiati che si abbeverano nelle pozzanghere, barbecue che fumano pronti a preparare i classici shashlik (gli spiedini). Gente seduta sul ciglio della strada, taniche metalliche di benzina in esposizione (questo è un dei modi più diffusi per la vendita del carburante - 93 ottani quando va bene e non è pesantemente adulterato!) e sempre presente il fiume. Ogni 20-30 km un villaggio più grande che alterna alle casette di uno due piani, classiche della zona, con tetto spiovente di lamiera, palazzoni marroni a cinque-sei piani abbastanza squallidi, sviluppati in larghezza e intonati all'ambiente circostante soltanto grazie al colore, che riflette quello delle montagne della regione. E' il caso di Alaverdi la maggiore cittadina della zona, situata una cinquantina di chilometri dopo la frontiera. Dominato da estesi impianti industriali per la lavorazione dei minerali estratti nella regione (soprattutto tufo che, con diverse tonalità di marrone, caratterizza gran parte delle costruzioni armene), l'abitato, sviluppato anch'esso lungo il fiume, sembra comunque quasi spopolato; pochi giovani, pochi vecchi... Forse anche perché è sabato. I mercatini sono poverissimi. Malgrado sia ormai tempo di pace, questa zona sembra sia appena uscita da una catastrofe, e probabilmente è così. Ha l'aria di non funzionare più niente. Dopo Alverdi la strada sale fino a quota 1000 m, sempre seguendo il fiume, che continua il suo percorso sul fondo della vallata. A volte vi sono tunnel che paiono caverne: solo l'imboccatura è lavorata, mentre l'interno è alquanto umido e gocciolante; roccia pura. A Vanadzor (o Kirovakan) la strada si biforca e scegliamo di andare verso Sevan per poter vedere il famoso grande lago omonimo. Si comincia a salire tra nuvole, alpeggi, pascoli, conifere, montagne verdi e maestose. E' tutto molto uggioso. Tra buche e scossoni, su questa strada in continua ascesa, per la prima volta l'EurAsia Expedition 98, al km 8040, raggiunge i 2000 m di altitudine. Anche in questa zona si incontrano radi villaggetti con case in pietra e struttura superiore in legno a tetto spiovente in lamiera. Valicato il passo (2114 m) si scende verso l'immenso lago Sevan. Dal litorale nordoccidentale la vista è splendida; si può facilmente scorgere la riva opposta, con montagne verdi e brulle che si bagnano nell'acqua. In lontananza, su un promontorio, due chiesette, una dedicata agli Apostoli, l'altra a San Giovanni Battista (entrambe risalenti al IX sec., riaperte da poco e attualmente in restauro).

EREVAN, 28 giugno
In lontananza si scorge l'inconfondibile skyline di una grande città dell'ex URSS, con i soliti palazzoni di 12 piani sul crinale delle colline circostanti. In fondo all'ampio stradone (una delle arterie principali Erevan-Baku) fa finalmente capolino la capitale, Erevan, situata a circa 1000 m sull'altopiano armeno. Sulle alture che la circondano la vegetazione è arbustiva e il paesaggio abbastanza brullo. Non esiste quasi periferia e sulla strada si incontrano gli immancabili greggi di pecore e gente che vende frutta, benzina, sigarette... Le vie della città sono ampie e alberate; le case abbastanza basse, con base in grigio basalto e il resto di pietroni sqadrati in tufo, il cui colore rosaceo caratterizza l'intero l'abitato. L'atmosfera in questa domenica di fine giugno è molto simile a quella di una classica domenica mattina nostrana, cos" decidiamo di fermarci al mercatino di quadri che si tiene ogni settimana nel parchetto del Vernissage, sotto gli alberi, nel centro storico. é qui che conosciamo Pavel, un architetto molto simpatico e disponibile che per "arrotondare" dipinge tele "impressionistiche" e scrive su un settimanale locale. Probabilmente pubblicherà un servizio sulla nostra impresa, quindi vuole assolutamente essere immortalato in un'istantanea in nostra compagnia. In forte ritardo sulla tabella di marcia, lasciamo la città alla volta del confine iraniano, che dobbiamo assolutamente varcare entro domani sera per non rischiare che scada il visto faticosamente ottenuto in Italia. La strada che imbocchiamo si snoda alle falde orientali del monte Ararat, costeggiando per un tratto la frontiera turca (inesorabilmente chiusa a causa dei fatti del 1915). Sulla nostra destra si innalzano, tra le nuvole, l'Ararat e il Kukuìagri, due fra le più alte vette della zona. Sulla sinistra, massicci di colore chiaro; si tratta di quelle montagne brulle e desertiche, di colore rossiccio, classiche dell'Asia, presenti anche nella Turchia interna, nella zona nordorientale.Ai lati della strada, che prosegue in un lunghissimo rettilineo, campi coltivati a vite, mais e grano che alternano il verde al color del fieno. Gli alberi da frutto sono più radi. Ogni tanto qualche piccolo centro abitato immerso nella vegetazione da cui spuntano le chiare lamiere dei tetti. Caratteristica costante di questo paesaggio sono le vacche. Passato il villaggio di Ararat, la strada si fa decisamente più tortuosa; infatti per arrivare alla frontiera iraniana, dopo il crollo dell'URSS, non si segue più la vecchia direttrice che passa da Nahichevan - inglobata in una enclave azera e zona assolutamente "calda" come quella del Nagorno Karabakh, di popolazione armena in pieno territorio azero - ma si penetra nel Caucaso meridionale, percorrendo strade un tempo secondarie tra montagne di roccia nuda, marrone, con ampie venature rosse.Questo è peraltro il paesaggio più bello e suggestivo che abbiamo percorso finora, accompagnati da un vento fortissimo, che a volte forma anche mulinelli e che ulula tra le montagne rendendo tutto più fosco e polveroso. E' un paesaggio che preannuncia quello iraniano, già semidesertico, interrotto da macchie di verde lungo i corsi d'acqua e le vallate, normalmente popolate da pioppi e salici. Fortunatamente i casermoni sovietici non appaiono che di tanto in tanto e solo nelle cittadine maggiori, mentre i villaggi sfoggiano un'architettura tradizionale. Quella di queste parti, il sud armeno, è un'umanità un po' più timida, sicuramente poco abituata a veder passare stranieri, specie gente con l'Ape.

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