EDIRNE, 1 giugno: 14.30
L'INGRESSO IN TURCHIA Imbocchiamo la nuova autostrada a tre corsie che da Edirne porta a Istanbul. é assolutamente deserta; il termometro segna 30° C all'ombra. Nella mattinata abbiamo visitato la città, il primo grande centro turco dopo il confine bulgaro, dove si trova una delle più belle e imponenti moschee del paese, opera di Sinan, tra i più illustri architetti islamici. Posta su un terrapieno a dominare Edirne, ieri sera, illuminatissima, si scorgeva da lontano guidandoci durante il nostro arrivo.In questa deserta pianura Tracia il calore si fa sentire e, mentre attraversiamo un paesaggio monotono e spoglio, ma luminosissimo, interrotto di tanto in tanto da un caffè turco in una moderna stazione di servizio, proviamo a immaginarci come sarà Istanbul, la nostra prossima tappa.Dopo diverse ore di cammino, il traffico si fa progressivamente più denso, frenetico, l'aria più opprimente. Le prime tracce dell'immensa megalopoli si scorgono già a qualche decina di chilometri di distanza. Cantieri, nuovi quartieri in costruzione, palazzi in serie che crescono come funghi, polvere; il cielo si fa più grigio e tetro e l'inquinamento inizia a farsi sentire.

ISTANBUL, 8 giugno: 9.30
TURCHIA Istanbul è molto cambiata dall'ultima volta che l'abbiamo vista, quasi dieci anni fa. In questo periodo la popolazione è cresciuta di quasi dieci milioni di persone, venute dalla campagna turca e dai paesi del Vicino Oriente e dell'ex Unione Sovietica. Ci ha determinato un aumento considerevole della criminalità e, a livello urbanistico, una crescita spropositata delle periferie, sia nella parte europea che in quella asiatica, oltre il Bosforo, consentita soprattutto dalla mancanza di un piano regolatore adeguato; quanti abitavano nelle zone centrali, come peraltro è avvenuto nella maggior parte dei grandi centri dell'Occidente, hanno preferito trasferirsi fuori città, facendo sì che le aree storiche siano oggi adibite soprattutto al commercio e agli affari. In effetti l'immagine tradizionale di Istanbul non corrisponde più alla realtà; nella frenetica vita cittadina, tra gente che si arrabatta per "sbarcare il lunario" lavorando quindici ore al giorno e bambini lustrascarpe, vi sono telefonini, computer portatili, radio che trasmettono moderna musica americana e inglese, macchine costose e coppie che si tengono per mano.Durante la nostra permanenza, tra la Moschea Blu (Sultanahmet Camii), la basilica di Santa Sofia, il Corno d'Oro e il Topkapi, abbiamo usufruito dell'assistenza della Piaggio locale (Piaggio TRC) per far revisionare i due Ape e per dare la notizia del nostro passaggio ad alcuni giornali locali, che si sono mostrati estremamente interessati alla spedizione. Nel frattempo abbiamo approfittato per mettere a punto le ultime questioni organizzative per essere pronti ad affrontare al meglio il grande mare dell'Asia centrale.

PORTA DELL'ASIA, 10 giugno: 13.54
IL BOSFORO Il contachilometri dell'Ape ci segnala che abbiamo complessivamente percorso 5864 Km quando ci apprestiamo ad attraversare uno dei due grandi ponti sul Bosforo che permettono l'accesso al territorio asiatico. Sebbene il paesaggio non presenti variazioni di rilievo e l'agglomerato urbano della megalopoli continui ancora per decine di chilometri, costeggiando il Mar di Marmara siamo comunque coscienti di esserci lasciati alle spalle la vecchia Europa. La voglia di vedere con i nostri occhi "cosa c'è più in là" si fa più insistente mentre penetriamo, lentamente ma inesorabilmente, nell'Asia Minore.

VERSO ANKARA, 14 giugno: 10.25
Circa 50 Km dopo Izmit, l'ultimo grande centro sul Mar di Marmara, la statale D100, parallela alla trafficatissima autostrada per Ankara, comincia a inerpicarsi sui massicci montuosi che orlano l'altopiano Anatolico. Gli abitati, qui, sono perlopiù adagiati in ampie e verdeggianti vallate e si estendono lungo la direttrice principale, unico importante collegamento con il resto del mondo. é significativo il fatto che la gente delle cittadine e dei villaggi che incontriamo, influenzata dai frequenti contatti con le città più sviluppate del paese, stia adottando modelli di vita sempre più vicini a quelli occidentali, quasi impensabili invece nelle altre regioni dell'interno. Di ci˜ ci accorgiamo a partire dal villaggio di Gerede, dove la strada si biforca lasciando la direttrice per la capitale e salendo fino a circa 1400 m. Tra questi alpeggi profumati, la gente pare non aver mai visto stranieri, e al nostro passaggio suona il clacson, sfareggia, saluta e quando ci fermiamo accorre a chiederci informazioni, su di noi e naturalmente sul nostro strano veicolo. La popolazione peraltro, tra il verde smeraldo dei pascoli e dei boschetti che caratterizza le maestose creste della regione del Kšroglu Daglari, è assai scarsa.La strada che si dirige verso Samsun, una delle città più importanti della costa del Mar Nero, si snoda quasi interamente tra vallate e altipiani verdeggianti tra i 1000 e i 1300 m seguendo il corso di fiumi dalle rive alberate. Di tanto in tanto un paesino fa capolino sulle pendici dei monti circostanti, a ridosso del corso d'acqua. Si tratta di villaggi spesso immersi in campi di fiori gialli e viola con case al massimo su due piani e con una piccola moschea, due o tre vie e l'immancabile minareto. Qualche palazzone in costruzione, forse interrotto a metà, e ogni tanto una pompa di benzina ci fanno ricordare di essere alle soglie del III millennio.Passate le vette del Kšroglu Daglari la strada scende fino a 500 m attraverso ampie vallate perlopiù coltivate a riso, dove fanno il nido le cicogne, che approfittano delle risaie per pescare. Sulle pendici delle montagne circostanti, le cui zone di roccia nuda lasciano intravedere un color verde-rame, si ricava legname, altra risorsa della zona. E' proprio percorrendo la suggestiva vallata del fangoso e rossiccio Kizilmak, uno dei più importanti fiumi dell'Anatolia e di tutta la Turchia, che ci accorgiamo di aver trascorso la prima giornata veramente asiatica dell'EurAsia Expedition 98.

SAMSUN, 16 giugno: 9.18
Lasciati in fretta e furia il grigiore e la provinciale modernità di Samsun in direzione est, il manto stradale diventa bruttissimo, pieno di buche e rattoppi, spesso anche di ghiaia e non permette di distrarsi un momento dalla guida per il rischio di finire in una voragine. Pensiamo di viaggiare parallelamente al mare fino al confine georgiano di Sarpi, che vorremmo varcare nel giro di un paio di giorni. Malgrado scorci suggestivi dall'alto di promontori, la direttrice costiera offre un paesaggio abbastanza monotono. I monti arrivano sempre a lambire il litorale, lungo il quale, oltre la lingua d'asfalto, si estende una sottile striscia di terra (spesso sfruttata per modeste coltivazioni) e un lembo di spiaggia grigiastra. Ad alcune piccole baie, fronteggiate da faraglioni si alternano villaggi e moderne cittadine più o meno importanti, ma tutte con una struttura simile: lungo il mare una passeggiata (che si affolla nel tardo pomeriggio) con un parchetto e un monumento a qualche antico glorioso condottiero o ad AtatŸrk; più all'interno, il centro cittadino e alcune vie che si inerpicano sulla montagna retrostante. La maggior parte degli edifici sono di 4/5 piani, moderni, il più delle volte non ancora intonacati o in costruzione, con mattoni a vista. Spesso la moschea si affaccia sulla marina. E' interessante notare come il microclima di questo tratto di costa assomigli a quello dei grandi laghi prealpini: la pioggia e l'umidità, infatti, sono abbondanti. La vegetazione, contrariamente a quella tipicamente mediterranea, è caratterizzata dalla presenza di noccioli anziché di pini marittimi. La scarsa pescosità delle acque non permette alla pesca di poter essere considerata una risorsa della zona. L'ultima tappa di rilievo prima del confine georgiano è Trebisonda, importante nodo di traffici marittimi nonché centro di ricovero per decine di migliaia di georgiani e azeri qui affluiti dalle vicine nuove repubbliche indipendenti in seguito al crollo dell'Unione Sovietica. Protagonista negli ultimi anni di un'immensa crescita demografica che ha portato il numero degli abitanti da circa 100.000 a circa 400.000, la città si è estesa notevolmente lungo il mare e sulle pendici della montagna, con grossi e squallidi quartieroni residenziali.

SARPI (CONFINE GEORGIANO)18 giugno: 11.42
Nell'abitato di Hopa facciamo il pieno di benzina super, che forse non troveremo più per il resto del viaggio.Gli ultimi 20 km di strada turca prima del confine che porta in Georgia, al posto di frontiera di Sarpi, sembrano anticipare i percorsi che dovremo poi affrontare nella ex repubblica sovietica; ciclopici lavori finalizzati all'ampliamento della sede stradale fanno sì che l'avvicinamento al nuovo stato avvenga tra un via vai di enormi camion carichi di immensi macigni, in uno slalom tra buche e sassi disseminati irregolarmente su quella che - momentaneamente? - si è trasformata in una pista da Parigi-Dakar. Fino da Istanbul, parlando con consumati viaggiatori, autorità locali e consolari, siamo stati messi in guardia sui pericoli in cui avremmo potuto imbatterci in quello che per tutti è uno stato allo sfacelo, sprofondato in una crisi economica apparentemente irreversibile e con problemi di corruzione e criminalità a livelli elevatissimi; per non parlare della ìguerra di secessioneì che si sta consumando nella regione autonoma dell'Abkhazia, a nord del paese!Quando il contachilometri ci segnala che abbiamo percorso 7249 Km, i nostri Ape sono in frontiera. L'accoglienza è - inaspettatamente - tra le più calorose e umane che abbiamo finora incontrato; ci rendiamo subito conto che, per la simpatia che esprime, il motofurgone della Piaggio è il miglior lasciapassare che potessimo avere a disposizione. Batumi è il primo centro di rilievo dopo il grande cartello di benvenuto sponsorizzato dalla Coca-Cola "Welcome in Georgia" - che forse più si addice allo stato confederato nordamericano che alla neo repubblica ex-sovietica - piantonato da quattro vacche. Decine di loro simili e altri animali da cortile ci accompagnano fino nelle vie della città. Le indicazioni stradali, oltre a riportare scritte in
VISTO GEORGIANOcirillico e in caratteri latini, esibiscono con orgoglio anche il sinuoso alfabeto locale, forte di duemila anni di tradizione autonoma. Non passano che due ore dal nostro ingresso nell'undicesimo stato sovrano attraversato dall'EurAsia Expedition 98, che subito conosciamo Misha, venticinquenne di Batumi che si rende immediatamente disponibile ad ospitarci a casa sua. La desolazione, qui, è totale e la povertà in cui è costretta a vivere la popolazione sono evidenti anche al turista più distratto. Le strade, soprattutto quelle urbane, sembrano state da poco bombardate. I tombini sono spesso aperti; gli autobus, di una trentina di anni prima, si spostano fumosi e rumorosi in un traffico scarso e disordinato che ricorda quello dei nostri capolavori cinematografici neorealisti. Quartieroni di ideazione e pianificazione tipicamente sovietica sopravvivono come vestigia di uno splendore che quasi mai fu veramente vissuto: gli edifici, nati già vecchi, sono costruiti con materiali poveri, non tenendo in considerazione la benché minima norma di sicurezza, nemmeno quelle del buon senso. Ebbene, in questi quartieri vive "da sempre" la quasi totalità della popolazione, che dopo l'indipendenza versa in condizioni anche peggiori, con acqua razionata due ore al giorno, con le vasche da bagno convertite in cisterne a uso domestico; anche la corrente elettrica scarseggia e il telefono è privilegio di pochi, che lo dividono generosamente con i vicini. L'ascensore, quando c'è energia e quando comunque è in grado di funzionare, è un pericoloso marchingegno da mostrare e far sperimentare al coraggioso ospite. L'estrema cordialità e disponibilità della gente si contrappone in modo a noi poco comprensibile all'apparente totale disinteresse per il patrimonio comune. Sporcizia e rottami, che hanno conquistato il centro urbano, gli spazi condominiali e quelli privati, sono l'unico prodotto reperibile senza problemi. In questo paesaggio, che di notte va percorso con una torcia ben carica onde evitare le incognite del terreno, pascolano animali da cortile di ogni taglia, riscoperta forma di sostentamento dei nuovi contadini urbani.

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